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SOTTO IL MARE
JULIA FELIX - La nave romana ritrovata al largo di GRADO carica di anfore.



Era il 100 dopo Cristo ...

Poseidone ha deluso le aspettative dei suoi fedeli lasciandoli andare a picco in una burrasca tra il 100 e il 150 d.C. al largo di Grado, a sei miglia dalla costa. Il bronzetto del dio del mare in posa sciolta - la sinistra alzata per impugnare il tridente perduto, il piede destro appoggiato a uno scoglio è riemerso infatti da 15 metri di profondità assieme alle anfore del carico della Julia Felix. E’ questo il soprannome che gli archeologi subacquei hanno dato alla piccola nave da trasporto romana da poco recuperata. Per i nostri standard poco più di un barcone con i suoi 18 metri di lunghezza, ma per l'epoca sua un'imbarcazione media con un carico non disprezzabile.

Quasi seicento tra anfore e anforotti per 22 tonnellate di carico senza contare “la botte” (una delle più antiche mai rinvenute) piena di frammenti di vasi di vetro di recupero che dovevano essere destinati a qualche vetreria di Aquileia per venire rifusi.La raccolta selettiva dei rifiuti e il riciclaggio, come si vede, hanno una lunga storia.Le stesse anfore non sono "vuoti a perdere": le più grandi, di produzione africana, avevano contenuto originariamente olio, quelle più piccole di produzione egea, erano invece servite a “imbottigliare" vino.

Al momento del naufragio, però, entrambi i tipi contenevano quintali di lische di pesce. Sgombri e sardine per la precisione. Senza parlare degli anforotti ovoidali su uno dei quali era ancora scarabocchiata un'etichetta: liq(uamini),flos, "fior di salsa" cioè. Salsa di pesce ovviamente, quel garum che costituiva un condimento prelibato per la tavola romana, prodotto in quantità industriali facendo decomporre al sole pesci di piccolo formato. Dalla pasta fermentata veniva filtrata la salsa che in dosi calibrate come quelle dell'aceto balsamico serviva a dare il "giusto" aroma alle ricette di Apicio.

Peccato invece che il fondale relativamente basso avesse permesso all'equipaggio stesso o a qualche antico sub di recuperare la pompa idraulica in bronzo che serviva a svuotare la sentina dall'acqua. Sarebbe stato un pezzo rarissimo di alta tecnologia romana, ma ne è rimasto solo il tubo in piombo che si affondava nel pozzetto. Altra piccola delusione è venuta dalla moneta che i sub avevano raccolto con trepidazione in fondo all'incasso che serviva da alloggiamento dell'albero della vela. Secondo la tradizione la moneta veniva posta al momento della costruzione della nave - una specie di quel che avviene al momento della posa della prima pietra di una casa - e sarebbe stato un elemento prezioso per una precisa datazione, ma la corrosione non ha risparmiato nulla ed è rimasto solo un grumo di ossidi.

In ogni caso il relitto, uno dei meglio conservati finora trovati nei nostri mari, è una miniera di informazioni per la tecnologia antica, la rete commerciale e la stona economica. Dal momento dalla scoperta avvenuta dieci   anni fa ci sono volute ben sette campagne con metodologie di scavo subacqueo accuratissime per documentare e recuperare tutto il carico e, da ultimo, il fasciame. Si era progettato un sostegno, avvolgente per recuperare la chiglia intera, ma il maltempo ha ostacolato le operazioni e alla fine lo stato di conservazione del legname non l'ha permesso cosicché si sono dovute portare in superficie le varie parti separatamente. Ora ne è previsto il restauro e il ricovero in un edificio scolastico dismesso per motivi statici che, consolidato e ristrutturato, ospiterà il Museo Nazionale dell'Archeologia Subacquea, dotato di laboratori specializzati per questo tipo di interventi, la cui apertura è prevista per l'anno prossimo.

Per il momento i risultati della scoperta hanno trovato una illustrazione attenta e godibile nel piacevole Volume “Operazione Julia Felix. Dal mare al museo”.

Tutta l'operazione di recupero è stata esemplare ma va segnalato anche questa attenzione a una tempestiva divulgazione, preoccupazione assai rara in genere.

Forse Poseidone, che irritato dall'olezzo di pesce aveva abbandonato i marinai romani ha concesso invece la sua protezione agli archeologi che non mancheranno di onorare la sua immagine in bronzo dandole il giusto rilievo nella nuova sede museale.