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SANTA MARIA FORMOSA
costruita nel 547 d.C. per volontà di S. Massimiano, istriano di Vestre, allora arcivescovo di Ravenna

E' l'unica cappella superstite della veneranda abbazia benedettina di S. Maria Formosa o del Canneto, detta del Canè dai Veneziani e del Canedolo dai Polesi.
Fu una fastosa basilica bizantina a triplice navata costruita sulle probabili rovine del tempio di Minerva che esisteva in quel sito. Aveva molte somiglianze con S. Apollinare in Classe. Venne eretta nel 547 per volontà di S. Massimiano, istriano di Vestre, allora arcivescovo di Ravenna. La dotò di ricchi fondi e di una propria rendita, il cui documento di donazione e di consacrazione, del 556, fu trovato a Pola nel 1657, questo documento poi scomparve. Fondò pure l'omonima abbazia dei monaci Benedettini, alla
quale apparteneva anche il monastero di S. Andrea, posto sull'omonima isola situata al centro del porto di Pola. All'abbazia di S. Maria dell'ordine benedettino appartennero tutti i monasteri istriani, prima che nel 1200 si introducessero altri ordini. Santa Maria Formosa o Beata Vergine del Canneto gareggiò per ricchezza e splendore con l'Eufrasiana di Parenzo: le tre navate erano divise da dieci colonne per parte ed i capitelli erano scolpiti a graticcio di vimini, a calice espanso od a campana. Il pavimento, un'opera musiva minuta policroma, dava l'illusione di tre grandi tappeti orientali. L'altare maggiore stava sotto un baldacchino di marmo e nel coro sorgeva la cattedra abbaziale. Le finestre piccole e spesse, ad arco rotondo, erano chiuse da lastre di pietra traforata che lasciavano penetrare una luce calma e le funzioni venivano celebrate in questa penombra che si confaceva al mistero dei sacri uffizi. Esternamente, a fianco dell'abside centrale si trovavano, indipendenti, due cappelle a croce latina: una dedicata a S. Andrea ed una alla Madonna del Carmelo.
Questa abbazia venne donata nel 1001 da Ottone III° all'arcivescovo di Ravenna ed entrò a far parte, pertanto, del "feudo di S. Apollinare". Secondo la tradizione questo insigne edificio è stato danneggiato nel 1242 dalle ciurme venete del Tiepolo e del Querini. Dopo il sacco della città il doge Giacomo Tiepolo portò a Venezia, quale preda di guerra, le quattro colonne diafane di alabastro orientale che sostengono il ciborio dell'altare del Sacramento posto dietro l'altare maggiore della basilica di S. Marco. Altre colonne furono usate nella chiesa della Madonna della Salute e nel Palazzo Ducale di Venezia. 
Nei secoli successivi i Veneziani, un po'alla volta, la spogliarono di ogni sua cosa pregevole, con l'assenso tacito dei Polesi e con la giustificazione che nel XIII° secolo, dopo il suo danneggiamento, l'abbazia venne data in commenda alla chiesa di S. Marco di Venezia. Da allora questa provvide agli uffizi divini con un proprio sacerdote fino alla fine della repubblica veneta. 
Alla fine del XVI° secolo la basilica era in gran parte demolita e nel 1550 Venezia inviò a Pola Jacopo
Sansovino per restaurare la chiesa già spogliata delle sue bellezze ed ormai caduta in rovina. Lo stato rovinoso in cui si trovava la basilica sconsigliò il restauro e pertanto venne tutto abbandonato, tranne la cappella che si vede ancora oggi. La cappella superstite, che ha molte analogie con il Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna, può dare un'idea della grandezza e della ricchezza della scomparsa basilica. All'interno conteneva un preziosissimo mosaico nel catino a fondo d'oro,
rappresentante Cristo e S. Pietro, ora depositato nel Museo archeologico; anche le altre due volte erano ricoperte da mosaici. 
Il Gnirs, nei primi anni di questo secolo, esplorò i resti del pavimento musivo che consiste in strisce colme di nastri, tamari e trecce. Le strisce si intrecciano in un ordito di cerchi; gli spazi vuoti sono riempiti con pesci, rosette e rami con viticci. I mosaici sono prevalentemente di colore nero e verde.