Le Incoronate  

Papa Giovanni IV, Papa Dalmata.

Giovanni IV e la missione conciliatrice dell’abate Martino in Dalmazia.
La missione dell’abate Martino in Dalmazia e in Istria costituisce una delle pagine forse più significative legate al breve (durato in tutto un anno, nove mesi e diciannove giorni) pontificato di Giovanni IV, papa “originario della Dalmazia, figlio dello scolastico Venanzio”, come racconta il “Liber Pontificalis” della Chiesa Romana. Oltre all’interesse per le sorti dei conterranei, il pontefice avrà a cuore un’altra missione, quella di salvare e traslare a Roma, nella “omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput”, le reliquie dei martiri salonitani e di alcune vittime delle persecuzioni anticristiane dell’imperatore Diocleziano in Dalmazia e nell’Illirico. Il fedele legato Marino tornò dal suo viaggio con i resti dei vescovi di Salona, Venanzio e Doimo, di Anastasio, Gaiano, Mauro, Asterio, Settimo, Supplizio, Telio, Antiochiano, Pauliano e altri. 

Il riscatto delle persone (romane) rese prigioniere dai “nuovi invasori della sua patria” è un’azione “che dimostra la rilevanza dell’operare del pio pontefice Giovanni IV sia per Roma sia per la Dalmazia natia e la sua propensione volta alla restituzione al mondo latino e alla più schietta fede cattolica e romana delle città della costa orientale adriatica come del notevole retroterra a essa connessa – scrive Sereno Detoni nella biografi a “Giovanni IV – Papa Dalmata” –. 


Lo scopo primario della legazione guidata dall’abate Martino – rileva ancora Detoni – ci fa pensare ad una convivenza pacifica tra i nuovi padroni di queste regioni e la sopravvissuta popolazione cristiana romana”.


 


Una pagina, si diceva, tra le iniziative che contraddistinsero questo papa poco conosciuto, un “sacerdote che operò per il bene della Chiesa assieme alla salvezza materiale e spirituale della Dalmazia natìa”. Sereno Detoni – anch’egli dalmata (zaratino) che vive lontano dalla sua terra –, saggista, archivista e paleografo, ex sovrintendente al Ministero per i Beni e le Attività culturali per questa biografi a si è avvalso, della collaborazione scientifica dell’archeologa Jadranka Neralić, ricercatrice dell’Istituto storico croato a Zagabria e docente di Storia del papato medioevale dell’Università zagabrese (prefazione del francescano Basilio Pandić, il saggio è stato pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006, pp. 84, prezzo 12 euro).


È riuscito a delineare (e a documentare, grazie alla bibliografi a allegata) non solo la figura di questo papa, ma anche la situazione politico-amministrativa e religiosa della Dalmazia altomedievale. “Giovanni IV sul trono di Pietro – scriveva nel 1885 padre Costantino Boxich nella sua biografi a Sommo Pontefice – è quasi un Noè sul ponte dell’Arca e contempla le rovine prodotte non già dal diluvio ma dagli scismi che minacciano di affondare la barca del cattolicesimo”. E quale era il quadro che, all’epoca, si presentava agli occhi del pontefice e dei suoi contemporanei?


Il grande Impero romano, diviso nettamente tra Occidente e Oriente, dopo la spartizione operata da Teodosio nel 395, non riuscì a sopravvivere politicamente nella sua parte occidentale.


In occasione delle nozze tra l’imperatore Valentiniano III e la figlia di Teodosio II, Licinia Eudocia, si stipularono accordi per il passaggio della Dalmazia nella parte orientale dell’Impero. Nel 476 il generale barbarico Odoacre, da anni al servizio dell’impero, fu acclamato re da truppe germaniche in opposizione al pannone Oreste, che costretto a rifugiarsi in Dalmazia lasciò sul trono il figlioletto Romolo Augustolo. 


Odoacre depose Romolo Augustolo con facilità e governò per oltre quindici anni di fatto l’Italia e la stessa Dalmazia, riconoscendo formalmente l’autorità dell’imperatore romano d’Oriente. Nel 493 il regno di Odoacre fu abbattuto dal potente re degli ostrogoti Teodorico sostenuto da Bisanzio. Sotto Teodorico e i suoi successori la Dalmazia – unita alla Slavia in un’unica entità amministrativa – rimase formalmente dipendente dall’Impero orientale, diventando una zona di contatto e strategica molto importante tra il mondo romano occidentale e quello orientale. 


L’invasione avaro-slava si abbatté sulla Dalmazia nel 615 con la conquista e il saccheggio di importanti centri dell’entroterra dalmata come: Asseria, Burnus, Scardona, Promona ed Epidaurum. Resistettero solo alcune città sulla costa come Nona, Zara e Traù, ma la splendida Salona fu espugnata e distrutta. L’urto avaro-slavo si era già rilevato pericoloso nel 600, poiché in quell’anno lo stesso papa Gregorio Magno nella penultima lettera all’arcivescovo Massimo di Salona ne aveva denunciato il pericolo con queste parole: “E molto mi turba il pericolo degli Slavi che fortemente vi minaccia; mi affligge per i mali che già con voi soffro, mi turba perché già per la via dell’Istria stanno passando in Italia”.


Tra avari e slavi correvano grandi differenze; gli avari provenivano dalle steppe dell’Asia centrale, erano affini agli unni e avevano usi e lingua molto diversi dagli slavi, sui quali avevano imposto il proprio dominio. Ma nel 626, dopo il fallito assedio di Costantinopoli, la potenza avara diminuì progressivamente lasciando alla massa slava il dominio sui territori conquistati fino a quel momento. Per porre rimedio alla difficile situazione, l’imperatore bizantino Eraclio cercò, nel 635, l’alleanza con tribù croate e serbe non federate agli avari, promettendo loro la permanenza nei territori dell’Illiria se avessero debellato definitivamente l’orda asiatica. Gli avari furono sconfitti e tornarono in Asia, e gli slavi venuti al loro seguito si stabilirono numerosi nelle campagne e nelle montagne dei Balcani occidentali e della costa dalmata. A queste tribù slave i vincitori croati e i serbi estesero il loro nome. Nell’agro salonitano e zaratino iniziarono a coltivare i campi e a praticare l’allevamento; qualche tempo più tardi i croati appresero anche l’arte della navigazione e della pesca diventando padroni di alcuni tratti della costa dalmata. Dunque, nel periodo della missione dell’abate Martino per conto di Giovanni IV – prima metà del VII secolo – nella Dalmazia si andavano formando le nuove condizioni politiche e s’instaurava un rapporto di tolleranza indispensabile per la convivenza pacifica tra le popolazioni presenti nella regione. (ir)

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